“Infantile”

Molto spesso utilizziamo la parola “infantile” per definire un atteggiamento o un comportamento che riteniamo inadeguato alla situazione o alle nostre aspettative. Ma come ha avuto origine tale accezione? Forse nel passato l’infanzia era considerata un periodo della vita che “… si doveva risolvere in breve! Prima si cresce e prima si porta a casa da vivere!”; forse, più “semplicemente”, etichettare un comportamento “da bambino” è un piccolo stratagemma per mettere in difficoltà l’altro durante una discussione; forse entrambi. In ogni caso, usi, cultura e ambito sociale indubbiamente influiscono sul nostro modo di interpretare la realtà e di utilizzarne i significati e, senza troppo ricercare connessioni con concetti filosofici, a loro volta, questi ultimi vengono costantemente contaminati dal nostro vivere quotidiano.

Come già dichiarato, l’intento di queste poche righe è quello di rimanere ancorati al concreto di tutti i giorni, non tanto perché poco affini alla riflessione didattica, ma perché molto attenti alle esperienze concrete che i nostri figli, i nostri atleti, vivono. Ciò che probabilmente più ci interessa (e oserei dire: in modo più che naturale) è: l’essere il più possibile presenti nella loro vita, così da poterli magari proteggere da quanto di negativo il mondo presenta loro; fornirgli un esempio positivo; far diventare loro proprie norme e regole sociali; assicurargli un futuro sereno e ricco di opportunità.

Seppur imprese, o compiti, non semplici, questi sono fra i nostri più importanti obiettivi, e non solo in qualità di genitori.

La comunicazione, come già anticipato, assume un valore essenziale in tale percorso.

Quali parole “scegliamo” quando comunichiamo con i nostri bambini e i nostri ragazzi?

Domanda forse in apparenza banale o troppo generica. Eppure racchiude gran parte del processo comunicativo con i nostri figli. Rubando (ma non troppo) qualche similitudine con il mondo della musica, le parole probabilmente rappresentano le note che noi scegliamo per il nostro messaggio: più saranno adeguate, più il messaggio sarà armonioso e udibile. Noi stessi preferiamo e ascoltiamo la musica che più si avvicina ai nostri stati d’animo e ai nostri gusti. Una canzone “stonata”, alla lunga, ci infastidisce. Ovviamente si potrà obiettare sostenendo che non siamo “cantanti” che scrivono una canzone alla figlia o al figlio: “… perché me le combina, e io devo essere chiaro e diretto! Altro che melodia!”; o ancora (e sempre a titolo esemplificativo) “… eppure io le parlo e sono molto attenta a ciò che le dico, ma è come se non mi ascoltasse”. Nuovamente, l’accento vuole però essere posto sull’essere “compositori” educativi. Comporre propone un’idea di protagonisti della comunicazione. Fortunatamente, poi, il tempo spesso è dalla parte del genitore, ovvero consente lui di poter affinare, modificare, migliorare il messaggio proposto quotidianamente. Al contrario, il sottovalutare la valenza di quanto sinora insieme affrontato rischia invece di distorcere il contenuto della comunicazione, di creare fraintendimenti o distanze che il tempo, in questo caso poco amico, può addirittura rendere ostacoli alla relazione.

Ogni piccolo tassello comunicativo è per noi una risorsa preziosa: consapevoli che una struttura soggettiva stabile (termine probabilmente troppo “tecnico” se riferito all’età dello sviluppo, ma lampante nel suo straordinario valore) e ricca di riferimenti saldi e intimamente condivisi, unita a esperienze emotive gratificanti e a figure relazionali propositive consentiranno al bambino di sviluppare una salutare fiducia interiore; cercheremo allora un costante supporto dalle parole, così “leggere” nella loro consistenza, eppure così “predominanti” nella loro essenza.

Ahinoi non ci è stato fornito un “Manuale delle parole giuste”!

Il confronto condiviso però ci aiuta. Un esempio è proprio la parola “infantile”. Per quanto riguarda chi vi scrive, non vi è nulla di negativo nel concetto di infanzia e neppure (e questo lo sottolineo a gran voce) in quanto si ha modo di poter constatare nel processo di crescita definito proprio con il termine infanzia. Giochi, innocenza, spontaneità, sorrisi, fatiche, pianti, capricci, coccole, abbracci, corse, cadute, disegni, costruzioni, vestiti “da grandi”, sguardi, piccoli “guai”, scoperte, sorprese e quanto di altrettanto straordinario e innumerevole caratterizza la vita dei nostri piccoli: non si intavede nulla di sbagliato né tantomeno meritevole di un posto nel libro “nero” dei comportamenti o degli atteggiamenti. Personalmente preferisco utilizzare, in tali ultime occasioni, le parole “immaturi” o “poco maturi”; ma queste, innegabilmente, sono scelte esclusivamente soggettive. L’aspetto forse più interessante è il tentativo di ricercare la comunicazione più efficace per noi e per i nostri ragazzi. In un ipotetico dialogo con nostra figlia o nostro figlio, allora l’utilizzo di “immaturo” sposta l’attenzione su un comportamento su cui investire (e non da criticare): “… più vicino ad un’età in cui dovrai presumibilmente fare i conti con maggiori responsabilità e durante la quale le persone a te care potranno di certo fare più affidamento su di te …”.

L’intento non è quindi “salvaguardare” i nostri figli da tutto e tutti, ma fornire loro il più possibile, anche tramite le nostre miserie e le nostre imperfezioni, strumenti utili ad affrontare la quotidianità, con le sue innegabili sofferenze e le sue desiderate gioie.

Donato Giovanni Zaminga

Psicologo Sport ed Età dello Sviluppo

Docente presso Salesiani Don Bosco

Patentino Allenatore Uefa C

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