“Ma tiraaaa!”

“Tira!”

“Passala!”

“Dai! Corri!!!!”

“Sali!”; “Seee, ma perché non gliela passano mai”; “Bravo!”; “Forza ragazzi!”; “Ma cosa continua a chiamare il nome di mio figlio?!?!?”; “Ma arbitro!!!!! Non ci vedi!!! Era fallo!!!! Eddai!!!!!!!”.

Colorite, fantasiose, originali, irriverenti, a volte scomode, in alcuni casi inopportune; tutte fanno parte dell’appassionante mondo del calcio. Il rettangolo di gioco crea, tramite i suoi attori principali, e gli “spalti”, in alcuni campetti affannosamente delimitati da una rete “improvvisata”, in altri organizzati in strutture avveniristiche da Champions League, amplificano, trattengono, nascondono, imprigionano e liberano le emozioni che nascono proprio da una corsa sulla fascia in contropiede, da un contrasto elegante quando tutto sembrava ormai perso, da un gol che finalmente gonfia la rete.

Descrivere lo sport inevitabilmente comporta l’utilizzo di parole all’apparenza romanzate; ma quando si assiste ad una partita, quando si osserva l’ingresso in campo, quando si percepisce la fatica, la passione e la gioia che nostro figlio vive durante, prima e dopo la gara, allora diviene davvero più immediato comprendere come le emozioni trasportino e si lascino trasportare.

Nuovamente (dando seguito al nostro piccolo percorso sulla comunicazione) le parole sono veicolo delle nostre sensazioni: non l’unico, come dimostrano i nostri gesti, la nostra mimica facciale o tutti gli elementi che compongono lo straordinario mondo del non verbale; ma di certo uno fra i più immediati nella relazione con l’altro. Innegabile come il saltare di gioia sia travolgente nella sua contagiosa bellezza, ma altrettanto innegabile è la forza con cui un urlo di felicità attrae l’attenzione dei presenti (e non solo!). Ecco allora che, seppur “al di là” delle rimesse laterali o della linea di fondo, un richiamo, un incitamento o una lamentela sono immediati nella percezione dei nostri atleti. Se, da un lato, il giocatore, nel processo di crescita sportivo, dovrà inevitabilmente fare i “conti” con il pubblico, parte fondamentale e integrante del calcio, dall’altro non potremo pretendere che lo stesso atleta non ponga attenzione alla voce dei propri genitori. Tale aspetto è ancora più valido, se possibile, nei nostri piccoli calciatori. Il bambino, difatti, durante la propria maturazione psichica e cognitiva pone il proprio sguardo (inteso nella sua completezza affettiva, intellettiva e soggettiva) verso le figure care che sostengono e garantiscono la sua sicurezza come il suo sviluppo. L’adulto di riferimento interpreta quanto il mondo propone e fornisce significati. La madre, il padre, o la figura che si prende cura del bambino, più di altri, quindi, rappresentano per lui una fonte insostituibile di senso. Proprio grazie a tale ruolo e al senso che esso fornisce nel tempo, durante l’età adolescenziale la ragazza e il ragazzo potranno sperimentare un nuovo punto di vista, il proprio; che possa magari mettere in discussione quanto negli anni costruito insieme ai genitori e dare così vita ad un nuovo e più articolato significato, quello soggettivo, chiave di volta per la vita adulta. 

Inoltre, ai nostri atleti è chiesto di ascoltare la voce dell’Istruttore, del Mister: scelte, opportunità, momenti critici; molto passa anche da tale figura sportiva.

Dagli spalti (entrando nel cuore della nostra riflessione) come possiamo allora fornire un supporto a nostro figlio?

Probabilmente, facendo fede a quanto sinora condiviso, la strada maestra da percorrere sarà quella che consente al nostro atleta di potersi maggiormente concentrare sugli stimoli che la partita gli fornisce; sulla valorizzazione delle opportunità che i compagni di squadra mettono a disposizione; sulla risoluzione delle difficolta che gli avversari propongono in campo; sulle informazioni che il Mister presenta; sulle sensazioni, le aspettative e le emozioni che vive personalmente durante la gara. Potremmo allora sostenerlo con una parola che ne faccia risaltare le qualità calcistiche durante un’azione (un “Bravo”, nella sua semplicità, risulta spesso efficace) o ancora fornire una voce di coraggio che sia di sprono in momento di fatica (“Dai! Forza ragazzi!” rappresenta un altro esempio molto calzante): entrambe hanno l’obiettivo di rinvigorire la vicinanza con nostro figlio.

“Dove e quando posso allora dire come la penso al mio ragazzo? Sono pur sempre il suo genitore!”. 

Obiezione più che plausibile e ricca di motivazioni valide. Se il pre e il post gara sono momenti in cui lo stato di attivazione fisiologica si prepara al “fare” e all’agire (in un primo caso), e alla gestione e allo “smaltimento” degli sforzi effettuati così come al recupero delle energie spese (nel secondo caso), il luogo e il momento per un confronto con l’atleta NON coincidono allora con quelli della prestazione sportiva e neppure, come detto, con gli istanti che precedono la gara o quelli immediatamente successivi ad essa. Fortunatamente per i nostri bambini e per i nostri ragazzi, la formazione sportiva non inizia né tantomeno termina con il “giorno” la partita, ma si struttura durante tutta la settimana, o, mantenendo un respiro più ampio, all’interno della completa stagione calcistica. 

Ecco quindi che si delinea un significativo spazio per una chiacchierata su come si è svolta la gara; per una riflessione circa la prestazione sportiva, gli aspetti da migliorare, gli errori da valutare o, ancora, i successi da consolidare. Uno spazio che sia utile al “pensiero”; pensiero che inevitabilmente fornisce qualità all’azione nel quotidiano e, nel nostro caso, nello sport. 

Tutto ciò possibilmente senza incorrere, badiamo bene, nel “tranello” del parlare a noi stessi mentre dialoghiamo con l’altro; come spesso accade quando, forse eccessivamente coinvolti sul piano emotivo da quanto visto o constato e nel tentativo di spronare la persona a noi cara, diciamo con forza al nostro interlocutore cosa NOI avremmo fatto, cosa NOI avremmo deciso, cosa NOI avremmo scelto (“Quando entri in campo devi essere deciso!” … “E tu vai a sinistra, dove ti piace giocare” … “Il pallone bisogna calciarlo! Basta con sti passaggini davanti alla porta”). E con tanta più decisione affermiamo quanto sopra, con tanta più probabilità rischiamo di perdere il valore del punto di vista altrui e di quanto sia importante per lui essere il protagonista attivo delle proprie scelte, rivedibili o meno che siano. E, nuovamente, più parleremo a NOI stessi “utilizzando” l’altro, più creeremo in noi false aspettative circa i futuri comportamenti di quest’ultimo (con conseguenti vissuti spiacevoli quando inevitabilmente disattese). Condurremo il nostro atleta, poi, ad intraprendere inadeguate rincorse verso un qualcosa che non è nelle sue corde, che non è SUO; in un circolo vizioso tanto difficile da descrivere quanto svantaggioso per entrambe le parti (“Ti avevo detto di tirare! Perché non lo fai?” … “Ci vuole più personalità! Spiegato mille volte. Ma nada!!!” … “Ma diglielo che così non ci siamo! Bisogna essere concentrati! Quante volte ancora devo spiegartelo?!”).

Solo provando a “ripulire” il nostro stile comunicativo da indicazioni, richiami e scelte da prendere; solo valorizzando i tempi e i luoghi del dialogo; e solo evitando il più possibile di sostituirci alle nostre giovani promesse avremo l’occasione per essere realmente tifosi dei nostri figli e dello sport che praticano.

Donato Giovanni Zaminga

Psicologo Sport ed Età dello Sviluppo

Docente presso Salesiani Don Bosco

Patentino Allenatore Uefa C

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